L’Altro, la privacy in Massoneria, e l’anno che verrà

   Qualche giorno fa, l’11 dicembre, è apparso sulla prestigiosa testata on line “L’Altro” un articolo redazionale “Massoneria: i nomi degli iscritti tra privacy e legalità” che, tra l’altro, tratta la  questione principale della massoneria italiana odierna, quello della privacy, fornendone un’interpretazione singolare.

In poche parole, si dice che siccome l’emergenza mafia ce lo chiede noi massoni dobbiamo rinunciare al sacrosanto diritto alla privacy in favore del bene comune, affidando i nostri nomi a un’autorità pubblica. Soluzione che sarebbe di per sé lodevole ma, a mio parere, limitata, come quando da bambini dovevamo bere col naso tappato la purga che ci dava la mamma: necessaria ma nauseante.

Io credo, invece che ci sia qualcosa di molto più importante della logica del “sacrificio” di un “diritto”, credo che sia in ballo l’esistenza stessa dell’istituzione massonica in questo Paese, che nel Terzo Millennio resta ancorata a connotati e  criteri settari, configurandosi non una risorsa ma un problema per la nostra società. Il suo rifiuto a confrontarsi con la realtà esterna e il conseguente ripiego in un intimismo mistico, produttivo di sterilità intellettuale e di smaccate ambiguità e contraddizioni, la condannano ad una deriva che riempie costantemente ormai le pagine di cronaca.

Non è con l’abbozzare a malincuore a ciò che ci chiedono le istituzioni della Repubblica italiana, che ci farà guadagnare credibilità e dignità di esistenza, bensì il capovolgimento di paradigmi che ci hanno guidato finora. Il problema è strutturale, non congiunturale; di conseguenza anche la soluzione dovrà essere strutturale.

   Il punto di partenza resta sempre il confronto con la realtà, e la realtà della nostra società oggi non solo nega qualsiasi valore al segreto ma lo considera un disvalore, come sottolineato da fior di intellettuali. “Il nostro segreto custodisce e protegge il germe del divenire della civiltà umana” tuonava dal suo banco l’Oratore della Loggia “Propaganda” all’Oriente di Torino nel 1923.

Ma ciò che era ammissibile nel 1923 non significa che lo sia anche cento anni dopo perché viviamo una società profondamente diversa da quella del 1923, in cui “segreto” è sinonimo di “losco”, perché non si ravvisa alcun motivo plausibile affinché oggi debba esserci un segreto, anche se camuffato da “riservato”, ritenendo illusoriamente che il tatticismo semantico possa essere efficace difesa. Invece, sebbene ripetuto continuamente che l’istituzione massonica non è segreta ma riservata, essa viene comunque considerata segreta. 

   L’oggetto della riflessione dovrebbe, invece, spostarsi sul modello di società in cui viviamo, e in base ai suoi connotati imbastire una relazione di comunicazione, ma se si continua a insistere su un’ interpretazione fondamentalista secondo cui la tradizione ci impone il segreto come attributo ontologico, senza il quale non può esistere l’esperienza massonica, l’istituzione massonica, così cristallizzata dal dogma, è destinata a dissoluzione certa anche se lenta.

Quindi, è necessario, se la massoneria italiana nel suo complesso vuole relazionarsi con la società in cui è inserita, innanzitutto conoscerla questa società, e non farsi ghetto in questa società. 

   La situazione è grave ma non è seria, avrebbe detto Ennio Flaiano, perché non si considera nella sua complessità. Non si considera che non esistono oggi motivi ontologici per cui non si possa avere trasparenza assoluta. Il ”segreto iniziatico”, quello che ci ha insegnato Casanova, non può essere una valida risposta da opporre alle pubbliche istituzioni, per non passare per squilibrati o truffatori.

Quello deve giacere nelle profondità del nostro essere perché solo così può essere valorizzato. Tradizionalmente, ciò che viene tenuto segreto con più o meno successo, come osservò anche il sociologo Georg Simmel, poiché gli ex membri hanno sempre pubblicato esposizioni, sono gli insegnamenti e i rituali.

Ma se oggi basta entrare in una libreria o biblioteca, o in centinaia di siti internet, per trovare decine di rituali di ogni tipo, gratuitamente o con poca spesa, di che segreto stiamo parlando? Vogliamo proprio sprofondare nel ridicolo? Eppure ancora oggi nei social-network ci si imbatté in alfieri della tradizione che stigmatizzano la “rivelazione di segreti massonici” appena leggono confronti di posizioni sui rituali, diventando oggetto di impietosa ironia. 

   Ma dal dopoguerra, memori della persecuzione fascista, e della successiva idiosincrasia cattolica e comunista, è sorto il timore di conseguenze dannose per il lavoro o per le relazioni, che giustificava il segreto sulle identità dei massoni. Non si considera, però, che negli annali giudiziari non si registra nessun contenzioso in tema di relazioni di lavoro e di contratti, basati sulla scoperta dell’ appartenenza massonica, e, nella denegata ipotesi di questo tipo, l’attuale normativa tutela abbondantemente chi ha subito tale abuso. Quindi, anche tale motivazione del segreto risulta infondata.

   Alla fine, nasce il sospetto che il segreto serva a coprire l’ignoranza e l’imbarazzo che ne deriva se si debbono confrontare le proprie ragioni di appartenenza massonica  di fronte a profani.

   Secondo punto, una massoneria che rivendica sempre i propri diritti deve pur adempiere i propri doveri, che per un’entità associativa sono lealtà, fedeltà, trasparenza. Con onestà e umiltà bisogna riconoscere che la massoneria italiana nel suo complesso è ancora lontana dall’adempimento di tali doveri, e per coprire la propria responsabilità ha tirato fuori dal cilindro delle illusioni il coniglio della privacy a giustificazione del proprio inadempimento. E qualcuno, che si appresterebbe a gestire una nuova satrapia, se ne è fatto pure vanto.

La mirata disinformazione, resa possibile dal supporto mediatico, ha convinto i massoni italiani che la logica difensiva del ghetto era l’unica risposta possibile alle pubbliche istituzioni, invece della mediazione. In realtà, il diritto alla riservatezza o privacy non è esplicitamente previsto dalla nostra Carta costituzionale, ma è derivato, e comunque un diritto di secondo grado rispetto a quello dell’imparzialità e della buona amministrazione, tanto è vero che è sospeso dalla legge per questioni di giustizia.

A questo si aggiunga che, in un’epoca di sovranazionalità normativa, di rango giuridico superiore, anche la Convenzione europea, è in sintonia con la normativa italiana. Quindi, la via giudiziaria è impraticabile sotto un profilo pratico perché porta a sconfitta certa, è impraticabile sotto il profilo ontologico perché i massoni non fanno cause ma portano ragionamenti, in quanto la loro forza è stata tradizionalmente quella dell’intelletto.

   Dalla demolizione del concetto di segreto emerge la necessità della trasparenza assoluta, da me propugnato nella piena maturità della formazione massonica, e alla quale sono pervenuti per vie traverse Giuliano Di Bernardo e Claudio Bonvecchio, due noti esoteristi che non abbisognano di presentazione, sebbene agli antipodi del mio pensiero. Quindi, chi oggi è seriamente dedito ad attività di pensiero, qualunque percorso abbia intraprese, se osserva la realtà con occhio puro me disincantato, non può non pervenire alla stessa conclusione: la trasparenza assoluta.

Addirittura, chi scrive lanciò una pesante provocazione in un’intervista al giornalista Ferruccio Pinotti, che la pubblicò nel suo libro “Potere Massonico”, che vagheggiava una massoneria da Guida Monaci, dove sarebbero stati contenuti i nominativi di tutti i massoni italiani, in base alle loro obbedienze e comunioni. Tutto alla luce del sole, senza alcun imbarazzo per la propria appartenenza: questo è ciò che io intendo per maturità iniziatica, che è l’altra faccia della cittadinanza responsabile. Realisticamente, dispero per ragioni anagrafiche che io possa vedere il giorno di tale compimento.

   C’è, però, un altro risultato che potrei vedere ancora in questa vita: una struttura di coordinamento e di rappresentanza della massoneria italiana. Non è un’utopica federazione di massonerie nazionali, ma piuttosto un comitato di scopo, composto non dalle obbedienze selezionate discrezionalmente dall’obbedienza più numerosa, ma dalle obbedienze che possano dimostrare, non tanto un’effettiva consistenza numerica, quanto una struttura in linea con i criteri e le esigenze dell’ordinamento giuridico statale riguardo la trasparenza e la democrazia, la cui selezione sia affidata non a massoni ma a una commissione di docenti universitari, estranei al mondo massonico.

Un comitato così composto avrebbe titolo per interfacciarsi con lo Stato per una riforma concordata, come auspicò l’on. Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia della XVIII legislatura, nella sua relazione conclusiva alle Camere. Raggiunto tale scopo, il comitato si potrebbe sciogliere, o proseguire mirando ad altro scopo di comune interesse. E’ l’unica via d’uscita percorribile dalle obbedienze massoniche italiane perché dobbiamo entrare nell’ordine di idee che una riforma deve tutelare sia chi vuol fare seriamente l’esperienza massonica sia le esigenze dell’ ordinamento giuridico di una società aperta. 

L’alternativa è continuare dissennatamente la strategia del muro contro muro, che in passato ha portato a sequestri e contenzioso senza alcun risultato utile ma approfondendo ancora di più il solco creato dall’ obbedienza più consistente numericamente nei confronti delle istituzioni democratiche, con grave discredito ricaduto su tutte le obbedienze; e subire una normativa sulla massoneria, che vedrebbe estranei nella sua elaborazione proprio i massoni. Una riforma di tal fatta provocherebbe sicuramente il dimezzamento della popolazione massonica italiana.

   Il nuovo anno, ormai alle porte, potrebbe essere l’avvio di un laboratorio di concerto tra organizzazioni massoniche serie su questo obiettivo, sottraendolo alle facili suggestioni dell’avventuriero di turno, dando così conferma che la massoneria italiana è degna di occupare il suo posto di agenzia etica non confessionale nella società italiana.

Francesco Guida

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