In questa riflessione, esposta e discussa in loggia, il lettore attento si accorgerà che il focus non è in realtà l’oggetto della relazione, l’animale, ma il soggetto che instaura la relazione, l’essere umano. Pertanto, l’animale ha la funzione-specchio delle dinamiche relazionali dell’individuo. Questo è l’oggetto del nostro reale interesse, attraverso cui conosciamo meglio noi stessi e le nostre contraddizioni.

“Io per prima amo cani e gatti” ma “vorrei una società in cui i cani e i gatti sono affetti in case più vive e popolate di persone. Girando per il web, il mio nuovo obiettivo sembrerebbe essere la rivolta contro i nomi umani ai cani e ai gatti. Che fare? Riderci su? Prendiamola come un’occasione per dire cosa penso davvero. Amo i cani e i gatti, ne ho sempre avuti e tuttora a casa mia vivono un cagnolino zoppo salvato dalla strada, che si chiama Spock, e tre gatti dai nomi simil-umani: Donald (perché è rosso col ciuffo come Trump), Oliver, Colette”. Quando però l’altro giorno al parco mi sono girata di scatto al grido ‘Eugenio!’, ed era un cane, seguito dall’invocazione ‘Gianmaria!’, per un altro cane, mi sono resa conto plasticamente di una cosa che percepisco da tempo. E cioè che c’è nelle persone un gran bisogno di compagnia, di affettività, di calore familiare. Un bisogno che in una società sempre più atomizzata, in un mondo di crescenti solitudini, spesso viene riversato in via esclusiva su questi animaletti, come ha osservato prima e ben più autorevolmente di me Papa Francesco. Ciò che mi colpisce non è l’amore, che io per prima provo per loro. Non è il bisogno, che trovo profondamente umano. E’ proprio questa esclusività, mentre io vorrei una società in cui i cani e i gatti sono affetti ‘di casa’ ma in case più vive e popolate di persone. Non sarebbe stato difficile capirlo, se solo non si fosse animati dalla volontà di equivocare tutto a tutti i costi.
E ora via alla prossima strumentalizzazione, che già immagino”. Sono le parole di Eugenia Roccella, ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, pronunciate il 30 giugno 2023.
E, visto che è stato nominato papa Francesco, che cosa ha detto il capo della Chiesa cattolica riguardo i cani? Nel 2016 il Papa, durante un’udienza ha detto: «La pietà non va confusa neppure con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la vicina che ha bisogno… Così non va».
Due autorevolissime opinioni, una di un ministro, l’altra di un pontefice, ci provocano una serie di riflessioni su un fenomeno che ha ormai preso piede sempre di più nel nostro paese da almeno una decina d’anni, l’amore per gli animali, i cani in particolare .
E l’economia, sempre attenta a seguire i fenomeni socioculturali ci conferma questa tendenza: secondo un rapporto Assalco, associazione nazionale tra le imprese per l’alimentazione e la cura degli animali da compagnia, presentato a Zoomark a maggio del 2023, la fiera internazionale dedicata al settore degli animali da compagnia, sono 65 milioni gli animali da compagnia che vivono nelle famiglie italiane, di cui quasi 9 milioni di cani e 10 milioni di gatti. E proprio l’alimentazione di queste due specie rappresenta il segmento principale del mercato nazionale dei prodotti per la cura degli animali domestici: nel 2022 i generi alimentari per cani e gatti hanno sviluppato un giro d’affari di 2,7 miliardi con una crescita in valore sull’anno precedente pari all’11,4% mentre in termini di volumi sono state oltre 673.000 le tonnellate vendute, in aumento dello 0,8%.
I prodotti per gatto rappresentano il 53,8% del valore complessivo, con un fatturato di poco più di 1,4 miliardi mentre gli alimenti per cane rappresentano il 46,2% del mercato totale pari a 1,2 milioni. “Oggi in oltre il 40% delle famiglie italiane è presente almeno un pet – osserva Giorgio Massoni, presidente di Assalco, – gli animali da compagnia sono a tutti gli effetti membri delle famiglie in cui vivono e per questo dedichiamo loro più tempo, curiamo la loro alimentazione e ci preoccupiamo del loro benessere. Questa maggiore attenzione – aggiunge – si riflette in un mercato che, anche in un anno difficile come il 2022, continua a registrare un andamento positivo”.
Quindi, questa è la fotografia della realtà: oltre alle due autorevolissime opinioni, abbiamo dei numeri significativi che ci provocano domande, la prima delle quali potrebbe essere: cosa c’è dietro questo amore spasmodico verso gli animali domestici? Ma poi, che tipo di rapporto si instaura in realtà tra gli umani e gli animali? Quale vantaggio e quali rischi gli umani corrono nel rapporto con gli animali domestici?
Ovviamente, i nostro focus di attenzione non è diretto al semplice rapporto uomo-animale, che c’è sempre stato sin dalla notte dei tempi perché ha portato all’uomo una serie di vantaggi materiali e non. Qui l’attenzione di chi si interroga viene puntata su un particolare tipo di rapporto con l’animale che assume carattere di esclusività rispetto alle altre relazioni, di morbosità e di antropomorfizzazione, parola difficile che significa considerare un animale come un essere umano.
Chi è del mestiere, mi riferisco a chi studia e lavora sugli animali, come l’etologo Roberto Marchesini, ha le idee chiare:
“Se non esageriamo nel chiudere la relazione esclusivamente nel vicolo affettivo, non c’è nulla di male se coloriamo il nostro rapporto anche di profusioni genitoriali e protettive o, viceversa, di richieste di conferme d’amore e di rassicurazioni.
I problemi stanno nell’eccesso, che non è mai un essere troppo legati al proprio cane quanto il non sviluppare la relazione in tutte le sue declinazioni – per esempio nel gioco, nella collaborazione, nella convivenza – preferendo rimanere sempre e solo nel calore dell’affettività. La componente affettiva è senza dubbio importante e non può mancare in un rapporto, lo sbaglio è renderla la dimensione esclusiva, perché in questo caso si vengono a creare delle carenze, poiché il cane ha bisogno anche di altro, e degli eccessi, giacché l’affettività può condurre a morbosità di rapporto. In genere questo tipo di approccio al cane può essere espresso in due modi differenti, apparentemente simili ma, a ben vedere, opposti, seppur caratterizzati da una forte tendenza alla chiusura nel rapporto esclusivo o diadico, dove persona e cane diventano una sorta di gemelli siamesi.
Il primo modo è il “modello cane-bambino” che porta la persona a comportarsi come un genitore amorevole, sempre presente, incombente nelle cure che profonde, poco propenso a dare al cane degli spazi di autonomia. Questo tipo di rapporto suscita nel cane uno stato di regressione infantile, toglie al cane lo sviluppo di autonomia – la capacità di raggiungere i propri obiettivi da solo – di autoefficacia – il senso di sicurezza nel sentire di essere capaci di affrontare i problemi – di apertura all’esterno ossia di vivere la relazione ma nello stesso di emanciparsi da essa. Il secondo modello è il “modello cane base-sicura” che porta la persona a chiedere continuamente al cane delle conferme affettive e delle rassicurazioni circa il fatto che lui le voglia bene. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una chiusura del cane nella relazione distogliendolo dal mondo e dando al rapporto forti morbosità. In questo caso al cane si chiede troppo, lo si carica di responsabilità affettive e protettive, togliendogli letteralmente l’aria. Questo tipo di rapporto vede la persona in continua richiesta, in uno stato di dipendenza emotiva con sviluppo nel cane di stati ansiosi, di bisogno di scaricare l’eccesso morboso, di prendersi in carico il proprietario anche con comportamenti di controllo sulla persona o di ostilità verso gli altri.”
Lungi da far crescere bene il cane, gli si creano problemi, quindi. Ma trattandosi di relazione a due, il problema lo vive anche l’umano, come ci spiega la psicologa Ligeia Zauli: “In una relazione sana con un animale, per prima cosa, non lo si umanizza e si riconosce lui il fatto di essere, appunto, un animale con necessità, bisogni e comunicazione differenti da quelli degli esseri umani. Questo è bene tenerlo sempre a mente.
“Antropomorfizzazione” è il termine specifico che indica la tendenza ad associare caratteristiche umane agli animali. Questo accade intanto perché si prende un animale senza prima studiare ed imparare quale siano i suoi tipici comportamenti, le attitudini, il suo linguaggio ed i bisogni specifici, per imparare ad interagirci nella maniera più adeguata.
Inoltre, succede perché manca spesso nelle persone un equilibrio nelle sfere sociali, relazionali e personali: si tende a proiettare sull’animale aspetti di sé, oppure a dedicarcisi anima e corpo in modo esclusivo dopo delusioni in campo sentimentale o sociale.
Stare a contatto con un animale fa scattare un legame istintivo anche senza l’utilizzo del linguaggio verbale, così come il tipico amore incondizionato perché in compagnia di un animale non c’è il giudizio, non ci sono aspettative da soddisfare, c’è una pura accoglienza reciproca senza secondi fini. Con un animale ci si sente liberi di esternare le proprie emozioni senza vergogna e ci si sente compresi. E’ anche importante ricordare quale sia il confine oltre il quale addomesticare ed educare un animale diventa irrispettoso per la sua natura, ignorando e non assecondando le sue reali esigenze. In questo caso, non è un amore per gli animali, ma un bisogno d’affetto incontrollato nei loro confronti. Tipico è vezzeggiare o esagerare per tentare di educare un animale domestico senza rendersi conto che attraverso di lui ci stiamo confrontando con gli aspetti più vulnerabili e mal tollerati di noi. Oppure enfatizzare nell’animale sentimenti ed emozioni che sono caratteristiche dell’essere umano, come bontà d’animo, purezza, dolcezza, fedeltà.
Questa forma malata di amore non ha nulla a che vedere col rispetto per gli animali, i quali chiederebbero – se potessero – di essere riconosciuti per quello che sono, secondo la loro natura”.
Il filosofo Jean-Paul Sartre diceva che «Quando amiamo molto gli animali, li amiamo a spese degli uomini». Significa che donarsi agli animali nasconde troppe volte non tanto la diffidenza e la delusione verso gli umani quanto la incapacità ad amare qualcuno della stessa specie, incapacità all’impegno. Capire, amare e gestire un rapporto umano è infinitamente più difficile e faticoso che capire, amare e gestire un cane o un gatto. Un cane chiede poco, ma agli uomini bisogna darsi totalmente, con un impegno che richiede risorse intellettive, caratteriali, culturali, in un confronto sempre aperto perché ogni volta imprevedibile, sempre sofferto perché segnato da rinunce e ripieghi, puntellato da compromessi e umiltà, trapassato dai graffi della propria coscienza e dai tremori della propria anima.
Per questo progressivo distacco dell’uomo dall’uomo, a favore degli animali, la società moderna si è disumanizzata: a fronte dell’antropomorfizzazione degli animali troppo spesso assistiamo come gli esseri umani vengono trattati come bestie. In una società smarrita, come la nostra, in cui assistiamo ad un capovolgimento dei valori, dove vediamo l’umanizzazione degli animali e la disumanizzazione dell’uomo, cogliamo pericolosi segni di isolamento e di sofferenza, che non possono lasciare indifferente il massone di Rito Francese, tenuto ad interessarsi di tutto ciò che si muove intorno a lui.
Ma c’è un altro problema che qui emerge potentemente, l’assolutizzazione di qualcuno o qualcosa. Mi spiego. La complessità dell’essere umano fa sì che per mantenere equilibrio, e quindi soddisfazione, serenità, ciò che in una parola si chiama “felicità”, ha bisogno di varie componenti nella sua esistenza, che soddisfino i vari ambiti. Avrà quindi bisogno di curare quella che in psicologia viene definita la “parte maschile”, ovvero la sua espressione creativa e narcisistica, tramite il lavoro, l’arte, lo sport, l’eros, che diventano anche veicoli di scarico dell’aggressività naturale, che altro non è se non energia in eccesso, che l’uomo si porta dentro da sempre e che produce continuamente.
Così come avrà bisogno di esprimere ciò che in psicologia viene definita la “parte femminile”, ovvero la sua affettività, cioè il bisogno di amare e di essere amati, la sua sensibilità, che lo porta a comprendere e ad essere compreso, il bisogno di dare e ricevere tenerezza. Se l’essere umano ha imparato a gestire queste due parti si dice che è maturo o che è saggio. Il problema nasce dal momento in cui ha potenziato solo una di queste parti, investendo in essa tutta la sua energia, quella che Freud chiamava libido, mutilando o ignorando le altre parti. Accade che ciò in cui crede, ciò per cui vive diventa il suo assoluto, ma l’assoluto non è reale, e ciò che non è reale, prima o poi si scontra con la realtà, e ne paga il prezzo in termini di sofferenza. Chi perde il lavoro o un amore si suicida; chi resta deluso dalle relazioni umane d’amore, di amicizia, di lavoro, ripiega su quelle animali, chiudendo un mondo relazionale dietro di sé e aprendone un altro fittizio con una relazione fittizia con un animale. Dove va a finire la sua soggettività se viene a mancare l’ oggetto di desiderio, si chiami lavoro, si chiami partner, si chiami denaro, o si chiami cane o gatto?
Non è una scelta, un atto della volontà, bensì una tendenza che diventa attrazione, poi con l’antropomorfizzazione diventa ossessione.
Ovviamente sto parlando in termini di assolutizzazione, non di una relazione naturale ed equilibrata con l’animale.
Ma c’è anche un’altra espressione del rapporto malato con l’animale, altrettanto insidiosa e dolorosa dell’ossessione: il consumismo emotivo. E’ quel comportamento per il quale ad un grande interesse e amore iniziale segue indifferenza e rifiuto. Il cucciolo che faceva tanta tenerezza crescendo perde le fattezze di cucciolo e la tenerezza evapora, con la conseguenza che il cane viene abbandonato per strada, in particolare d’estate per non bloccare le vacanze, o se va bene in canile. Un comportamento narcisistico che rende tutto e tutti strumenti da asservire per appagare i propri bisogni del momento, placati ma non terminati i quali qualsiasi cosa perde valore e va eliminata. Ecco perché consumismo emotivo, perché si consumano incessantemente le vite emotive degli altri esseri viventi, siano essi persone o animali. Lo si attua con i cani così come con le persone.
L’Altro, il diverso da sé, invece di suscitare curiosità e desiderio di confronto per apprendere di più, suscita paura, distanza, isolamento, oppure aggressività, invidia, sfruttamento. A questo punto si blocca l’evoluzione personale, la maturità emotiva che è fondata sulla relazione. Il massone, in particolare, chi segue la via francese, sa che il suo compimento lo trova nella relazione con l’altro, ad ogni livello, dal microcosmo di coppia e di famiglia sino a quello macrocosmico della città. E’ nella relazione che si migliora e perfeziona, perciò questo è il senso della nostra esperienza iniziatica nel rito francese: diventare signori di noi stessi, emotivamente maturi e autonomi da saper gestire relazioni con ogni essere vivente, con gli umani e con gli animali, con piena soddisfazione e non come fuga della realtà. L’Altro, sia esso animale o persona, non è il mio rifugio o il mio bersaglio; l’Altro è il mio specchio e il mio fine.
Invece, attraverso la relazione con l’animale l’essere umano ha l’occasione di conoscere meglio se stesso, per mezzo della gestione con l’animale, scoprendo sue potenzialità, positive o negative. Per questo anche la gestione della relazione con l’animale deve essere affidata al senso di responsabilità verso un essere vivente.
Ho detto.
22 luglio 2023
Francesco Guida .ˑ.