Nel 1962 Eric Fromm pubblicò nel suo libro “Di là dalle illusioni. Il mio incontro con Marx e Freud” il suo “credo”, in cui riassume in forma di professione di fede la sua concezione dell’uomo e le sue convinzioni sulla dinamica progressiva o regressiva del processo umano e sociale. Molte posizioni mantengono ancora oggi la loro piena validità, e sono condivisibili con la visione della Massoneria di Rito Francese per una spiritualità laica. E’ un Credo che non basta leggere, va studiato e riflettuto in ogni suo paragrafo per confrontarlo con la realtà, traendo da esso tutto quanto possa servirci per illuminare il nostro percorso in un’epoca di incertezze.

Credo che l’unicità dell’uomo rispetto agli altri viventi consista nella sua autocoscienza. L’uomo è consapevole di sé stesso, del suo futuro culminante nella morte, della sua piccolezza, della sua impotenza; è consapevole degli altri distinti da lui; l’uomo è nella sua natura, soggetto alle sue leggi, ma la trascende col pensiero.
Credo che l’uomo sia il prodotto di un’evoluzione naturale, culmine del conflitto tra la sua necessaria appartenenza alla natura – quasi una prigionia – e la sua separazione da essa, punto di arrivo del suo bisogno di entrare in unità e armonia con essa.
Credo che la natura dell’uomo sia data da una contraddizione che affonda le radici nelle condizioni dell’esistenza umana, una contraddizione che chiede la ricerca di soluzioni, le quali a loro volta creano nuove contraddizioni che attendono nuove risposte.
Credo che ogni risposta a tali contraddizioni può costituire la premessa reale perché l’uomo superi il senso di separatezza e raggiunga un senso di armonia, di unità e di appartenenza.
Credo che nel complesso delle risposte alle contraddizioni l’uomo ha un’unica scelta: quella tra progresso e regresso; secondo la nostra scelta, tradotta in azioni specifiche, noi imbocchiamo la strada del regresso oppure del progresso della natura umana che è in noi.
Credo che per l’uomo l’alternativa fondamentale è la scelta tra la «vita» e la «morte»; fra creatività e violenza distruttrice; fra realismo e illusione; fra obiettività e intolleranza; fra fratellanza-indipendenza e dominio-sottomissione.
Credo che la «vita» possa significare nascita perenne e sviluppo costante.
Credo che la «morte» possa significare interruzione della crescita, ripetizione continua.
Credo che con la risposta regressiva l’uomo tenta di raggiungere l’unità con lo scrollarsi di dosso la paura insopportabile della solitudine e dell’incertezza, e così facendo deturpa ciò che lo tormenta ma lo rende uomo. La scelta regressiva si concretizza in tre manifestazioni, congiunte oppure separate: necrofilia, narcisismo, simbiosi incestuosa. Col termine necrofilia intendo: amore per tutto quanto è violenza e distruzione, voglia di uccidere, culto della forza, attrazione per la morte, il suicidio, il sadismo, desiderio di trasformare l’organico in inorganico mediante l’instaurazione dell’«ordine». La necrofilia, sprovvista per sua natura di capacità creative, nella sua impotenza trova facile distruggere, poiché per distruggere occorre una cosa sola: la forza. Col termine narcisismo intendo: perdita di un autentico interesse per il mondo esterno e forte attaccamento a sé stessi, al proprio gruppo o clan, alla propria religione, nazione, razza, ecc., accompagnato da gravi distorsioni del giudizio razionale. In genere, il bisogno di soddisfazioni narcisistiche è nutrito dalla necessità di compensare la povertà materiale e culturale. Con simbiosi incestuosa intendo: la tendenza a restare attaccati alla madre e ai suoi sostituti – sangue, famiglia, tribù -, a fuggire dal peso insopportabile delle responsabilità della libertà, della consapevolezza, per trovare protezione e amore in uno stato di dipendenza che dà sicurezza ma a prezzo della rinuncia allo sviluppo umano.
Credo che, quando sceglie il progresso, l’uomo riesce a raggiungere una nuova unità sviluppando tutte le sue capacità umane. Queste possono crescere in te direzioni, congiunte oppure separate: amore per l’umanità e per la natura, indipendenza e libertà.
Credo che l’amore sia la chiave principale per aprire le porte della «crescita» umana. Intendo l’amore e l‘unione con qualcuno o qualcosa fuori di noi, una unione che ci mette in comunicazione con gli altri, ci fa sentire una cosa sola con gli altri pur nella totale salvaguardia della propria integrità e autonomia. L’amore è un movimento creativo che richiede la presenza simultanea di interessamento, responsabilità, rispetto e conoscenza dell’oggetto dell’unione.
Credo che la pratica dell’amore sia l’esperienza più umana e umanizzante che è data all’uomo di godere. Ma, al pari della ragione, o è totale o non ha alcun senso.
Credo che «essere liberi da» costrizioni interne e/o esterne è la premessa indispensabile per riuscire a “essere liberi di “creare, costruire, conoscere, ecc., a diventare individui liberi, attivi, responsabili.
Credo che la libertà sia la capacità di seguire la voce della ragione e della conoscenza, respingendo le voci delle passioni irrazionali. Essa è l’emancipazione che rende libero l’uomo e gli spiana la strada perché egli possa usare le sue facoltà razionali e capire il mondo e il ruolo che egli ha in esso.
Credo che finora la «lotta per la libertà» è stata intesa in genere come sola lotta contro l’autoritarismo che schiaccia la volontà individuale. Oggi «lottare per la libertà» deve avere quest’altro significato: liberarci individualmente e collettivamente dalle «autorità» alla quale ci siamo sottomessi «volontariamente», liberare noi stessi dalle forze interiori che ci hanno asserviti perché siamo stati trovati incapaci di sopportare la libertà.
Credo che la libertà non sia una qualità permanente che «possediamo» o «non possediamo». Forse la libertà esite in concreto solo come atto di autoliberazione nel momento in cui operiamo una scelta. Nella vita ogni passo che accresce la maturità dell’uomo accresce pure la sua capacità di scegliere l’alternativa liberatrice.
Credo che «la libertà di scelta» non sia sempre uguale per tutti in ogni momento. L’uomo che segue le tendenze necrofile, narcisistiche e simbiotico-incestuose non può non scegliere il regresso. L’uomo libero, affrancato da costrizioni irrazionali, non può più operare scelte irrazionali.
Credo che il problema della libertà di scelta si ponga soltanto per l’uomo che si dibatte tra le tendenze opposte; sicché tale libertà è fortemente condizionata dai desideri inconsce dalle razionalizzazioni rassicuranti.
Credo che nessuno possa «salvare» il suo prossimo scegliendo per lui; può aiutarlo indicandogli le alternative possibili, con sincerità e amore, ma senza sentimentalismi e illusioni. L’intelligente consapevolezza delle alternative liberatrici può risvegliare in un individuo tutte le sue energie nascoste e metterlo sulla strada della scelta della «vita» invece che della «morte».
Credo che per avere il senso della «uguaglianza» [di tutti gli uomini] occorre scoprire completamente se stessi, sicché riconoscendo la nostra parità con gli altri ci identifichiamo con essi. Ogni individuo porta con sé l’umanità. La «condizione umana» è unica e identica per tutti, nonostante le inevitabili differenze di intelligenza, talento, altezza, colore, ecc.
Credo che l’uguaglianza fra gli uomini sia la ragione principale per cui si deve impedire che l’uomo diventi strumento di un altro.
Credo che la fratellanza sia l’amore che si riversa sul proprio simile. Rimarrà tuttavia una parola vuota finché non saranno tagliate tutte le pastoie «incestuose» che impediscono di giudicare obiettivamente il «fratello».
Creo che l’individuo non sarà capace di entrare in intimo contatto con la propria umanità fino a quando non comincerà a trascendere la sua società, e a distinguere se questa promuove o intralcia l’espandersi del potenziale umano. Se i tabù e le costrizioni, i valori contraffatti gli appaiono «naturali», è chiaro segno che egli non è in grado di capire veramente la natura umana.
Credo che la società, a causa delle sue funzioni simultanee di stimolo e di inibizione, è sempre stata in conflitto con l’uomo. La società non sarà più paralizzante per l’uomo soltanto nel momento in cui i suoi obiettivi si identificheranno con quelli stessi dell’uomo.
Credo che possiamo e dobbiamo sperare in una società sana: una società che stimola la capacità dell’uomo di amare il suo prossimo, di lavorare e di creare, di sviluppare la propria ragione e di avere un giudizio obiettivo di sé stesso fondato sull’esperienza della sua energia produttiva.
Credo che possiamo e dobbiamo sperare nel recupero collettivo di una salute mentale che ci mette in grado di amare e creare, una salute mentale che significa affrancamento dei legami incestuosi con il clan o il territorio, che restituisce il senso di identità per cui l’individuo percepisce sé stesso come il soggetto e l’agente delle proprie capacità; una salute mentale che ci rende capaci di controllare la realtà che è dentro e fuori di noi, di dispiegare l’obiettività e la ragione.
Credo che in un mondo che sembra impazzire e disumanizzarsi sarà sempre più grande il numero di coloro che sentiranno l’urgenza di associarsi e di lavorare con quegli altri che condividono le medesime preoccupazioni.
Credo che questi uomini di buona volontà non debbano accontentarsi di un’interpretazione umana del mondo; hanno infatti il dovere di indicare la via e di lavorare per una possibile trasformazione: una interpretazione senza la volontà di cambiare non serve a nulla; il cambiamento senza una interpretazione preliminare è un cambiamento al buio.
Credo nella reale possibilità di un mondo in cui l’uomo può essere molto anche se ha poco, un mondo nel quale la motivazione dominante dell’esistenza non è il consumo, un mondo in cui l’«uomo» il fine primo e ultimo, un mondo nel quale l’uomo può trovare il modo di dare uno scopo alla vita, e la forza di vivere libero e senza illusioni.