La libertà imposta per decreto non è più libertà: il paradosso del wokismo

Per parlare del wokeism, o wokismo, in Italia, definiamo prima cosa sia. Il termine “woke”, alla lettera “sveglio”, nasce nell’attivismo afroamericano negli Stati Uniti, dove indicava chi era consapevole delle ingiustizie razziali. Negli anni Dieci  il significato si è allargato: è diventato l’etichetta, usata più spesso da chi critica che da chi rivendica, per un insieme di posizioni progressiste su razza, genere e identità diffuse, a partire dagli Stati Uniti, anche altrove. Negli ultimi tempi, però, in alcuni dei suoi tratti più rigidi, quella corrente è sfociata in un vero e proprio estremismo illiberale nei confronti di chiunque non la pensi come chi la propone: dissenso etichettato, carriere compromesse, un unico linguaggio imposto come ammissibile. “Wokismo” è la versione italiana di quella corrente di pensiero.

È in questo contesto che va letta una battuta che ha fatto discutere a metà agosto. “Woke 1 was crazy” (“il primo wokismo era una follia”): così, ridendo, il 9 agosto, ospite della trasmissione “This Week” della rete americana ABC, la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, nota anche con la sigla AOC, ha liquidato in tre parole un’intera stagione politica, in buona parte la propria. Le posizioni sul taglio dei fondi alla polizia (per destinarli ad altri servizi sociali), sull’abolizione delle carceri, sul linguaggio obbligato dell’inclusione: tutto archiviato con una risata, come un’infatuazione giovanile di cui ci si vergogna un po’ ma di cui, in fondo, non si deve rispondere troppo. La frase non è nemmeno sua: viene da un consigliere comunale di New York, e lei l’ha solo ripresa perché tornava comoda.

Nei giorni successivi altri esponenti dello stesso campo politico hanno usato la stessa formula, quasi fosse diventata una parola d’ordine per prendere le distanze da un’epoca ormai scomoda. Una candidata alla guida di uno Stato americano, con un passato di dichiarazioni radicali (dalla cancellazione della festa del Ringraziamento all’abolizione della polizia), ha perso una primaria, cioè una votazione interna al partito per scegliere il candidato, proprio nei giorni in cui quel passato tornava a galla. Il segnale è chiaro: un’intera area politica si sta riposizionando, e lo fa proprio nel momento in cui quelle stesse posizioni tornano a costare voti.

Il problema non è cambiare idea

Cambiare idea, di per sé, non è una colpa: è anzi un segno di maturità, e chi ragiona con la testa non può che vedere di buon occhio chi rivede posizioni superate alla luce di nuovi elementi. Il problema è un altro, più sottile: chi oggi liquida un’intera stagione politica come “follia” collettiva raramente si assume la responsabilità di spiegare perché, allora, quella stessa stagione veniva difesa con tanta durezza, e perché chi la metteva in discussione veniva etichettato, spesso, come reazionario o peggio.

Qui sta il punto centrale. Un movimento culturale che si è presentato come portatore di libertà (di espressione, di identità, di rappresentanza) ha finito, nei suoi tratti più rigidi, per funzionare come un’ortodossia: cioè un’unica linea di pensiero considerata l’unica ammissibile, senza spazio per il dissenso. Chi si scostava dal linguaggio prescritto, anche per semplice disattenzione, veniva sanzionato socialmente più che corretto nel merito. Ed è un problema, perché la sanzione sociale non apre un dialogo: lo chiude. Un movimento che si dice liberatore ma zittisce chi non è d’accordo, invece di discuterne, produce di fatto l’esatto contrario di quello che promette.

Questa contraddizione, dirsi aperti negli obiettivi e comportarsi in modo intollerante nei metodi, non riguarda solo la politica americana. È una tentazione che torna in ogni movimento convinto di avere, una volta per tutte, la posizione moralmente superiore: se si è dalla parte giusta della storia, allora ogni mezzo per affermarlo sembra lecito. È esattamente il meccanismo che chi ragiona in modo laico e razionale dovrebbe saper riconoscere e respingere, indipendentemente da quale parte politica lo mette in pratica.

Un fenomeno che è passato anche da qui

Chi in questi giorni, anche in Italia, sostiene che il fenomeno non ci abbia mai davvero riguardato, fa un torto alla memoria recente. Nel giugno 2020 migliaia di persone si sono radunate in piazza Duca d’Aosta a Milano, con cartelli scritti in inglese, per una manifestazione nata a Minneapolis dopo la morte di George Floyd, un uomo afroamericano ucciso da un poliziotto durante un fermo. Non è in discussione la legittimità di manifestare contro il razzismo: è un diritto che qualunque cittadino può esercitare. Ma è legittimo chiedersi perché il dibattito pubblico italiano abbia importato, spesso senza adattarli, il linguaggio, le categorie e persino gli slogan di un contesto sociale e storico molto diverso dal nostro, invece di trovare un proprio modo di affrontare temi che, in Italia, hanno cause e forme in parte differenti.

Ciò che resta, tolta la retorica

Sarebbe però un errore buttare via, insieme all’acqua sporca, anche il bambino, come dice il proverbio: cioè perdere anche ciò che di buono c’era. Restano infatti alcune conquiste reali. La prima è l’attenzione ai processi di selezione, nel lavoro, nella scuola, nella rappresentanza pubblica, perché nessuno resti escluso in partenza per il proprio genere, la propria origine o il proprio orientamento. La seconda è la transizione energetica, da difendere non come bandiera identitaria ma come interesse comune concreto: rende una società più efficiente, non solo più pulita. Sono battaglie di buon senso, prima ancora che di appartenenza politica. Il rischio, ora che il pendolo oscilla nella direzione opposta, è che vengano bollate come “ideologiche” tanto quanto lo erano gli eccessi che le hanno precedute, perdendo così anche ciò che avevano di solido.

Le parole, e il loro peso

Le parole sono importanti. Su questo, chi per anni ha liquidato come eccesso di zelo ogni discorso sul linguaggio dovrebbe forse ammettere di aver sottovalutato la questione. Un linguaggio pubblico degradato, semplificato, urlato dimostra bene che avere cura delle parole non è un vezzo da salotto, ma una condizione per vivere insieme in democrazia. Proprio per questo, però, la cura del linguaggio non può trasformarsi in uno strumento di esclusione: imporre un certo modo di dire le cose come l’unico accettabile, senza spiegarne le ragioni, produce l’effetto opposto a quello dichiarato. Non include: isola chi non conosce, o non accetta, quel codice.

C’è un punto, qui, che riguarda più in generale il modo in cui persone di culture diverse possono vivere insieme: la differenza fra integrazione e convivenza. L’integrazione vuol dire adattarsi a condizioni decise da altri, senza avere voce in capitolo. La convivenza vuol dire, invece, un rispetto reciproco fra persone che si considerano alla pari. Ma attenzione: la convivenza fra pari non è uno spazio senza regole. Richiede che entrambe le parti abbiano un’identità riconoscibile, cioè valori e appartenenze chiare. Un gruppo dai contorni sfumati, che rifiuta di dire con chiarezza cosa sia e cosa non sia, rende più difficile, non più facile, l’ingresso di chi arriva da fuori. Avere un’identità chiara non è un ostacolo alla convivenza: ne è la condizione necessaria.

Due passi avanti, uno indietro: non un ritorno a zero

Il tramonto retorico del wokismo, oggi salutato da alcuni con sollievo e da altri con allarme, non va letto né come una vittoria né come una sconfitta. Va letto come l’occasione per cambiare metodo: persuadere invece di imporre, distinguere caso per caso invece di etichettare, lasciare aperto il confronto invece di darlo per chiuso in nome di una correttezza morale considerata già acquisita.

Se oggi il dibattito pubblico è più attento alle minoranze, se la lotta alla discriminazione fa stabilmente parte dell’agenda pubblica, lo si deve anche a quella stagione più radicale. E sarebbe un errore uguale e contrario pensare di poter tornare al mondo di prima solo perché la sua retorica più rigida è oggi rinnegata da chi per prima l’aveva imposta. Non si torna a zero. Chi crede in una laicità autentica non ha il compito di tacere per paura di schierarsi, ma quello di difendere il diritto di ciascuno, chi rivendica un’identità, chi la mette in discussione, chi arriva da fuori, a partecipare al dibattito con pari dignità, senza che nessuna delle parti, ieri come oggi, si arroghi il monopolio della ragione morale, cioè pensi di avere l’esclusiva della ragione.

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